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Sono le sei di pomeriggio quando arrivo alla stazione centrale di Cracovia, e tra negozi, scale mobili e persone dallo sguardo basso inizia il mio viaggio fatto di attimi di vento, pioggia e memorie.
Un ostello nel centro storico mi accoglie con la sua piccola stanza e un letto a castello, con il bagno in comune poco fuori, vicino la rampa di scale fatte di un vecchio marmo scivoloso.
Di Cracovia potrei parlarti della piazza di Rynek Główny, della Basilica di Santa Maria (Bazylika Mariacka), dei musei, le chiese o i sotterranei. Ma da qui in avanti ti racconterò del mio viaggio attraverso la Polonia, fatto invece di venditori ambulanti, pierogi, autobus, treni e l'ultima foresta primordiale d'Europa.

C'è un'atmosfera malinconica e semplice in tutta Cracovia. I primi giorni sono accompagnati da un sole tiepido di una primavera che ti fa ancora stringere nel giacchetto.
Dal centro città al quartiere ebraico la strada è breve. Lì la semplicità la fa da padrona, e tra il silenzio, i piccoli negozi di antiquariato e i murales, camminare ti fa perdere la cognizione del tempo...

Se vai in Polonia, non puoi non parlare di una delle peggiori macchie della storia umana. Ho sempre visto Auschwitz attraverso uno schermo, una rivista, un racconto.
L'autobus parte alle 9.10, dalla stazione centrale di Cracovia, le cuffie nelle orecchie, la playlist da viaggio in modalità shuffle, e un finestrino pieno di gocce che si scontrano, si uniscono, si perdono.
Per visitare il campo di concentramento di Auschwitz devi prenotarti, e dato che una guida in italiano non era in programma per il giorno a me utile, mi sono accontentato della prima disponibile, quella in russo. È stato un bene, con il senno di poi, non capire nulla di quello che la guida mi stesse dicendo. Ma una volta che ci sei stato, che hai camminato su quella terra fangosa, una volta che sei entrato in quelle case fatte di mattoni e vecchie fotografie appese, una volta che hai camminato in silenzio tra i forni crematori, in testa hai solo una domanda: perché?

Con alle spalle un senso di pesantezza, il vetro dell'autobus ancora bagnato dalla pioggia, e i pensieri che si trasformavano in solitudine, lascio Auschwitz e mi dirigo verso le miniere di sale di Wieliczka. Devi scendere molti scalini prima di arrivare alle miniere, dove tra storia e racconti che si mischiano a leggende, ti catapulti in un mondo surreale, fatto di piccoli teatri che il tempo, piano piano, porterà via.
Le miniere, come ogni museo polacco visto fin'ora, sono "interattive". Puoi toccare, respirare, ascoltare ogni cosa. La guida racconta come i minatori lavoravano con i pochi mezzi a disposizione, dell'ingegno e dell'arte che queste persone hanno lasciato in quelle caverne. Si, perché oltre a raccogliere sale, molti di loro si cimentavano in vere e proprie opere di sale che, con il tempo, spariranno. Si dice che non tutto dura per sempre, no?

Quando ti muovi per un paese usando il suo sistema di trasporti, il tempo ha tutto un altro valore. Viene scandito dagli orari delle partenze, delle coincidenze, degli arrivi. Ogni autobus e ogni treno è un momento per capire dove sei, mettere insieme i pensieri, capire dove vuoi arrivare. Ti accorgi del tempo che passa, lo senti allo stomaco, al ritmo di una canzone da tre minuti, e poi quella dopo ancora. Senti le persone, quelle che viaggiano con te e quelle che hai lasciato indietro, senti i sogni, quelli che fai tra un panino al prosciutto e un ringo al cioccolato.
Vorrei parlarti, attraverso le mie foto, di Varsavia. Della città ricostruita, con i suoi palazzi di vetro e i giardini curati, dei viali alberati, dei pavoni e di un tramonto trovato per caso.

Sulle sponde del Mar Baltico, a nord della Polonia, c'è questa città fatta di case colorate, barche e navi ormeggiate, e una ruota panoramica che si erge ai confini della città vecchia. A Danzica puoi perderti tra i vicoli all'ombra della Basilica di Santa Maria, prenderti un tè caldo in una bakery del centro storico, cenare in riva al Motława e distrecarti tra i tanti turisti, artisti di strada e camerieri che ti invitano ad entrare in uno dei caratteristici ristoranti. Ma ho anche visto un'altra faccia di questa città, i vicoli deserti con ancora l'eco di quella confusione che piano piano svanisce, quando all'alba tutto è immobile, in attesa che la città ricominci il suo ciclo di vita fatto di grida, colori, persone.

E se ti dicessi che in Polonia si trova una parte dell'ultima foresta vergine rimasta in Europa? Non è molto semplice arrivarci, soprattutto se non hai una macchina e non parli polacco. Dopo due treni, un autostop e un autobus, arrivo alla foresta di Białowieża, un luogo incredibile e di assoluta bellezza, un contatto con la natura che non ho trovato in nessun Paese visitato finora. I suoni, i colori, quelli non riesco a spiegarteli a parole, e non credo di riuscire a farlo nemmeno con le fotografie. Se posso darti un consiglio però, prenditi il tuo tempo, e percorri questa strada forse un po' malinconica che passa dal cuore all'anima. Ovunque essa ti porti però, non farla in solitudine, ma tieni il cuore sempre aperto agli attimi, alle occasioni, alla vita.

 

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