L'illusione di un AltroveConfini invisibili di Pechino.

Estate 2016, sono per le strade di Pechino, un po' spaesato, in cerca di un indirizzo scritto in cinese su un pezzo di carta. Mentre attraverso gli stretti vicoli, tra insegne luminose e odore di carne alla brace, mi salta all'occhio qualcosa che non mi aspettavo di vedere in questa città: c'è silenzio per le strade, a parte il rumore dei motorini e dei clacson, non si sentono molte voci, non ci sono persone che urlano, chiamano, parlano.

Sotto le fredde luci al neon, agli angoli dei ristoranti, lavanderie, bazar, le persone sono come stregate, perse in un altro mondo.
Ho iniziato a scattare fotografie per catturare quel legame uomo-smartphone che ormai fa parte delle nostre vite, che passa inosservato, diventato "normalità". L'ho potuto fare in una città come Pechino, quando ho abbandonato il mio quotidiano e ho iniziato ad osservare con gli occhi del viaggiatore, quando diventato "straniero", ho potuto osservare e raccontare una storia di illusioni nelle quali ogni giorno tutti noi andiamo a rinchiuderci.  

Nel 2010, solo sei anni prima, la situazione era molto diversa. "Mi ha colpito come in una città così grande e moderna le persone passassero il loro tempo libero in modo così semplice..." dice Roberta Gagliardi, traduttrice, che per più di un anno è stata a Pechino per studiare il Cinese. Qui sotto qualche suo scatto, attimi rubati in una quotidianeità che oggi, sembra ancora più distante...

 

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